Titolo

Le lavanderie



Un numero elevato di lamentele che si ricevono presso gli sportelli di consulenza riguardano la responsabilità della lavanderia per lo smarrimento, o più spesso il danneggiamento, del capo consegnato. In molti casi il gestore della lavanderia attribuisce la responsabilità del danno provocato al produttore del capo in questione, che avrebbe indicato nell’etichetta di composizione o manutenzione informazioni errate, alle quali peraltro egli si sarebbe scrupolosamente attenuto. Stante la carenza legislativa in merito alla predetta etichettatura e l’interesse del produttore a “nobilitare” artificiosamente la composizione dei tessuti prodotti, le argomentazioni a difesa prodotte dalle lavanderie trovano non di rado riscontro nelle perizie effettuate sul capo da specializzati laboratori di analisi tessile, ai quali è sempre bene rivolgersi prima d’iniziare una qualsiasi controversia in materia. 
Qualora il danno verificatosi sul capo a seguito del trattamento di lavaggio sia attribuibile ad errata etichettatura, la richiesta di risarcimento va indirizzata al punto vendita presso cui lo stesso venne a suo tempo acquistato, a patto che l’acquisto possa essere provato e non siano trascorsi oltre due anni. 
Se invece la responsabilità del danneggiamento è attribuibile a negligenza od imperizia della lavanderia, è necessario effettuare la dovuta contestazione formale entro 8 giorni dalla sua scoperta, ricordando che tale diritto si prescrive in un anno dalla consegna ed è proprio per tale ragione che i capi lavati vanno controllati scrupolosamente o al momento del ritiro o appena portati a casa. A questo punto si presenta il punto dolente della quantificazione del danno e del conseguente risarcimento, poiché pur essendo molte lavanderie regolarmente assicurate, spesso preferiscono gestire in proprio i sinistri, opponendo a volte una proposta di risarcimento che prevede un importo massimo di 7 volte il prezzo pagato per il lavaggio. Tale regola troverebbe ragion d’essere da non meglio specificate consuetudini nonché da norme unilaterali stampigliate sul retro delle ricevute consegnate al cliente. 
Va specificato che usi e consuetudini, laddove esistenti, o regole imposte da una sola delle parti, non possono porsi “contra legem”, eludendo in tal modo il principio generale che chiunque causa un danno è tenuto al suo risarcimento e pertanto, in caso di controversia, solo il giudice può stabilire i diritti e doveri di ciascuna delle parti. Proprio per la frequenza delle controversie in materia e per fronteggiare tempi e costi del ricorso alla giustizia ordinaria, le associazioni di categoria delle tintolavanderie e dei consumatori hanno predisposto particolari convenzioni per concordare norme comportamentali, procedure di conciliazione e modalità di risarcimento. 
Infine, merita di essere ricordato che la recente legge n. 84 del 2006, che disciplina l’attività delle tintolavanderie, ha imposto che ogni esercizio abbia un proprio responsabile tecnico che possieda determinati requisiti di professionalità: solo le imprese già esercenti l’attività alla data di entrata in vigore della legge possono rimanere, per un periodo massimo di tre anni, prive del responsabile tecnico. Spetta alla Regioni definire, a tutela del consumatore, orari di apertura e pubblicità delle tariffe e promuovere procedure di conciliazione. La stessa legge ribadisce poi, in modo invero piuttosto ridondante, che le tintolavanderie non hanno responsabilità qualora il capo sia rovinato per effetto di informazioni non corrette riportate dal produttore nelle etichette.