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Il procedimento e le pronunce dell'autorità



Quando l’Autorità riceve una richiesta di intervento per una presunta pubblicità ingannevole, essa verifica innanzitutto se la denuncia è completa, regolare e se non è manifestamente infondata. Se la verifica ha esito negativo, la denuncia viene archiviata, dandone pronta comunicazione al denunciante. 
Se invece la segnalazione risponde ai requisiti richiesti, la Direzione competente comunica l’avvio del procedimento (art. 26 Codice del consumo) assegnando un termine, di solito di 15 giorni, entro il quale possono essere presentate memorie da parte dei soggetti interessati. Una volta avviato, il procedimento prosegue anche se il richiedente dichiari di volerne revocare la denuncia, poiché l’interesse pubblico tutelato dal decreto esclude che l’eventuale ritiro della segnalazione possa paralizzare il procedimento. 
Nel corso del procedimento, l’Autorità esamina il messaggio e le memorie eventualmente ricevute. Nei casi più complessi ascolta le parti, in audizioni appositamente convocate. Se lo ritiene necessario ai fini della decisione, può disporre perizie, analisi e consulenze di esperti. L’Autorità può anche richiedere che sia l’operatore pubblicitario a fornire la prova della veridicità delle affermazioni contenute nel messaggio da lui diffuso (si tratta della cosiddetta attribuzione dell’onere della prova). A tale mezzo si ricorre quando la pubblicità comunica informazioni che l’operatore pubblicitario dovrebbe conoscere. In questo caso, il silenzio o l’invio di prove insufficienti fa presumere l’inesattezza dei dati contenuti nel messaggio. In base alla nuova normativa all’Autorità sono riservati poteri d’indagine. L’Autorità potrà chiedere a operatore pubblicitario o proprietario del mezzo di diffusione del messaggio segnalato di esibire una copia del messaggio; nel caso di omessa esibizione, l’Autorità potrà avvalersi del potere di disporre ispezioni anche con la collaborazione di altri organi dello Stato. Tra l’altro, presso l’Autorità ed alle sue dipendenze opera anche un nucleo della Guardia di Finanza specializzato nella tutela della concorrenza. 
In conclusione, entro un termine massimo di centosessantacinque giorni dal ricevimento di una denuncia regolare e completa l’Autorità si pronuncerà sull’ingannevolezza del messaggio. 
Se il messaggio pubblicitario è diffuso attraverso la stampa periodica o quotidiana, oppure per radio o televisione ovvero altro mezzo di comunicazione, l’Autorità richiede, prima di pronunciarsi, un parere circa la sua ingannevolezza all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Tale parere non è vincolante, nel senso che l’Autorità può motivatamente discostarsene. 
Se, con la decisione finale, l’Autorità ritiene la pubblicità esaminata ingannevole o la pubblicità comparativa non conforme alle condizioni in precedenza elencate, ordina che ne sia impedita o interrotta la diffusione. Il provvedimento di ingannevolezza o di illiceità della pubblicità comparativa viene pubblicato sul Bollettino settimanale dell’Autorità. 
Non sempre, però, la semplice cessazione della diffusione dei messaggi ingannevoli o comparativi illeciti annulla gli effetti della pubblicità, specie nei casi in cui l’ingannevolezza del messaggio o i profili di illiceità della comparazione siano particolarmente insidiosi e, dunque, suscettibili di permanere nel ricordo del consumatore, così da indurlo, anche in un secondo tempo, ad acquistare quel prodotto o servizio. Del resto, la generalità dei consumatori non legge abitualmente il Bollettino, per cui è probabile che non venga a conoscenza della dichiarata ingannevolezza o illiceità di un messaggio. 
Per mettere sull’avviso il pubblico l’Autorità può perciò disporre che l’operatore pubblicitario che ha violato la legge, diffonda, a sua cura e spese, su un quotidiano o un’emittente televisiva, un estratto del provvedimento o una dichiarazione di rettifica nella quale vengono segnalati i profili di illiceità del messaggio, ristabilendo così la correttezza delle informazioni. 
L’Autorità, in base alla nuova normativa, ha acquisito oltre ai suddetti poteri inibitori, anche la facoltà di irrorare una sanzione amministrativa pecuniaria da 1.000 a 100.000 euro, per gli atti di pubblicità ingannevole e/o comparativa illeciti (il minimo è di 25.000 euro per i casi di pubblicità di prodotti pericolosi o di violazione delle norme sulla pubblicità per o con i bambini). Si tratta di una norma di fondamentale importanza, introdotta con grave ritardo, perché il semplice ordine di non trasmettere più il messaggio, quando magari la campagna pubblicitaria ha già avuto il suo effetto, si dimostra una sanzione completamente inefficace, mentre l’ordine di pubblicazione della pronuncia, se può avere un effetto deterrente per il discredito che getta sull’impresa, non costituisce tuttavia una vera remora alla diffusione di messaggi pubblicitari. La sanzione amministrativa, con la quale l’operatore può essere costretto a versare all’Autorità almeno parte degli introiti ottenuti in modo ingannevole, era dunque l’arma necessaria per dare un mezzo di tutela efficace al consumatore. 
Opportunamente, poi, nella stessa ottica, si è previsto che in caso di inottemperanza ai provvedimenti d’urgenza e a quelli inibitori o di rimozione degli effetti, l'Autorità applica oggi una sanzione amministrativa pecuniaria da 10.000 a 50.000 euro e, nei casi di reiterata inottemperanza, può disporre la soppressione dell’attività d’impresa per un periodo non superiore a 30 giorni. 
Nei casi di inottemperanza alle richieste di fornire informazioni volte ad indentificare il committente o la documentazione contenente la copia del messaggio ritenuto ingannevole, invece, la sanzione amministrativa da applicare può variare da 2.000 a 20.000 euro. Questa forbice passa a 4.000 – 40.000 euro nel caso in cui le informazioni fornite non siano veritiere. 
Contro i provvedimenti dell’Autorità Garante è possibile presentare ricorso giurisdizionale, entro 60 giorni, presso il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio. 
Si prevede inoltre l’emanazione, da parte dell’Autorità, di una pronuncia di carattere provvisorio, solo eventuale ed espressamente riservata ai casi “di particolare urgenza” (3° comma). Si tratta di un provvedimento subordinato all’esistenza dei classici requisiti del periculum in mora, ovvero il rischio che la durata del procedimento possa arrecare danni gravi ed irreparabili ai consumatori, e del fumus boni iuris, ovvero che ad un primo esame sommario il ricorso non appaia infondato. Sulla richiesta di pronuncia provvisoria l’Autorità si pronuncia previo contraddittorio tra le parti, salvo casi estremamente rari e gravi nei quali essa può emettere il provvedimento anche inaudita altera parte.