Titolo

Il Contratto d' opera intellettuale



Può accadere al cittadino di avere necessità dell’opera di un architetto, di un avvocato, un notaio, un medico, di un “libero professionista” insomma, dando vita di conseguenza, proprio perché sono questi titolari di una professione intellettuale, ad un contratto d’opera intellettuale. La normativa inerente dette attività, se pur raccolta nel codice civile nello stesso titolo riguardante il lavoro autonomo, fa in realtà della libera professione un settore lavorativo del tutto particolare, privilegiato, i cui doveri non sono esattamente definiti ed al cui controllo sovrintendono, in prima istanza, ordini professionali dagli stessi professionisti gestiti. Le particolari caratteristiche e spesso la complessità tecnica o scientifica delle loro prestazioni pone a loro carico, nel rapporto con il cliente, la sola obbligazione di mezzi, e non più anche di risultati: il ché significa che il libero professionista non è obbligato a garantire o raggiungere il risultato sperato dal cliente (la vittoria legale per l’avvocato, la certa guarigione per il medico, ecc..), ma solo a porre nel suo operato tutta la capacità e diligenza professionale necessaria. Ciò non significa che il prestatore d’opera intellettuale sia esente da responsabilità verso il cliente e non debba rispondere in taluni casi anche di eventuali danni allo stesso arrecati, ma occorrerà dimostrare da parte del professionista il dolo o la colpa, l’avere cioè agito con negligenza, imprudenza od imperizia. 
L’essere in possesso del titolo di studio richiesto non basta per esercitare la libera professione, per la quale è imprescindibile presupposto l’iscrizione nei rispettivi Albi, che sotto il controllo dello Stato sono tenuti e gestiti dagli Ordini professionali presenti in tutte le province. La mancanza di tale requisito, penalmente perseguita, fa altresì divieto al percepimento di alcun compenso da parte degli ignari clienti. Il prestatore d’opera intellettuale è il solo responsabile per l’incarico assunto e deve personalmente curarne la conduzione e il compimento pur avendo la facoltà di farsi coadiuvare da collaboratori e sostituti, sull’operato dei quali permane la sua diretta responsabilità. 
Il pagamento del compenso rimane, tra libero professionista e cliente, la maggior fonte di controversie ed in proposito il codice civile si limita a precisare che, qualora esso non sia stato preventivamente convenuto tra le parti e non sia determinabile secondo tariffari o consuetudini, la decisione in merito spetta al Giudice, che in ciò si avvale del parere dell’Ordine professionale di competenza. Se appare spesso agevole preventivare con discreta approssimazione il costo di un’opera manuale da parte di un artigiano, ben maggiori difficoltà s’incontrano nel predeterminare i costi di un incarico professionale intellettuale, sia per gli imponderabili inconvenienti che si possono incontrare nella loro attuazione (si pensi ad una vertenza legale, un intervento chirurgico, un progetto edilizio, ecc.), sia perché molte categorie si rifanno a tariffari che prevedono costi minimi e massimi, o solamente massimi. All’interno di tali forbici economiche il professionista opta, nel determinare il proprio compenso, per la tariffa che egli ritiene più adeguata all’impegno profuso, all’abilità professionale, alla notorietà raggiunta: valutazioni soggettive quindi, che sfuggono spesso, per merito e forma, alla comprensione del cliente. 
Ne consegue pertanto la difficoltà ad ottenere dal libero professionista un preventivo di spesa affidabile, ma si ritiene opportuno tuttavia richiederlo sempre. In presenza di interventi professionali di routine non sarà difficile prestabilirne il costo con buona approssimazione, mentre per prestazioni impegnative ed a lungo termine sarà possibile concordare tetti di spesa massima da non oltrepassare. 
Qualora la parcella dovesse apparire eccessivamente esosa la prima cosa da farsi è la contestazione nei confronti del professionista stesso, ed in caso di disaccordo va presentata all’Ordine professionale di riferimento richiedendone il parere circa la sua congruità ed esattezza. Se da questo organismo la parcella viene confermata non rimane che il ricorso al giudice. 
Va ricordato infine che il committente, in caso di disaccordi di qualsiasi natura con il professionista, può richiedere in qualsiasi momento la risoluzione contrattuale, pagando allo stesso le spese sino ad allora maturate e pretendendo la restituzione di tutti gli atti del caso in suo possesso. 
Merita di essere spesa, infine, qualche parola sulle novità introdotte, con efficacia 1 gennaio 2007, dal c.d. Decreto Bersani (convertito in legge n. 248 del 2006) per quanto concerne l’attività dei professionisti. Anzitutto sono state eliminate le tariffe fisse o minime (restano invece i tetti massimi), per realizzare una effettiva concorrenza anche in questi settori, ed è stato rimosso il divieto di pattuire tariffe legate al risultato (quello che per gli avvocati è il patto di quota lite, con cui la parcella viene misurata in percentuale sul risultato raggiunto). Sono stati inoltre eliminati i divieti alla pubblicizzazione dei prezzi praticati e delle proprie specializzazioni professionali nonché alla creazione di studi “polispecialistici” che associano professionisti con competenze diverse (ad esempio un avvocato ed un commercialista). Si tratta in realtà di forme surrettiziamente già presenti, ma che oggi possono essere ufficialmente formalizzate e promosse al pubblico, con possibili vantaggi per l’utente (purché si vigili sugli abusi). 
Per quanto riguarda nello specifico l’attività degli avvocati, il decreto prevede infine la nullità di ogni accordo tra avvocati (o praticanti) e clienti sull’importo della parcella, che non sia fatto per iscritto. In questo modo si impone all’avvocato di pattuire il proprio compenso in modo certo e incontestabile, in favore della trasparenza per il consumatore.