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La Parte III del Codice del consumo (d. lgs. 6 settembre 2005, n. 206) è dedicata alla disciplina del rapporto di consumo. Il Capo I della sezione III di questa parte (articoli da 45 a 49) disciplina le vendite fuori dai locali commerciali, recependo all’interno del Codice la normativa precedentemente contenuta nel decreto legislativo 15 gennaio 1992 n. 50, che per primo aveva introdotto una specifica disciplina contrattuale allorché una delle parti contraenti è un consumatore, ovvero una persona fisica che agisce al di fuori della propria attività professionale, e l’altro invece un professionista. Quando si parla di consumatore, si intende, secondo il legislatore (art. 3 del Codice del consumo), (solo) la persona fisica, con evidente esclusione di tutte quelle entità personificate previste dal nostro ordinamento, che agisce per scopi estranei alla sua attività professionale. Tuttavia, occorre precisare che la giurisprudenza di merito formatasi sotto il vigore del d. lgs. previdente ha riconosciuto al condominio (ente sfornito di personalità giuridica) la veste di consumatore, in quanto i singoli condomini sono persone fisiche ovvero agiscono per fini che non rientrano nella loro attività professionale. Quando, invece, si parla di professionista o di operatore commerciale, il legislatore fa riferimento a quella persona fisica o giuridica che agisce nell’ambito della propria attività commerciale o professionale, nonché a quella persona che agisce in nome e per conto di un operatore commerciale (quale l’agente, il rappresentante, ecc...). Si potrebbe pensare, tuttavia, che la definizione serva soltanto per una corretta comprensione del Codice, senza avere alcun rilievo nell’attività pratica di sportello, ma l’esperienza insegna che così non è. Assai spesso, infatti, venditori privi di scrupoli fanno sottoscrivere al consumatore una clausola nella quale lo stesso precisa di acquistare il bene nell’esercizio della propria attività professionale, tentando in questo modo di fare venir meno l’applicabilità delle disposizioni che descriveremo. La giurisprudenza ha, però, precisato che tale clausola, normalmente fatta sottoscrivere con l’abbaglio della possibilità di “scaricare” l’I.V.A. indicando il proprio codice di partita, è valida solo ove sussista un effettivo legame di strumentalità tra il bene o servizio oggetto del contratto e la professione svolta, in difetto non potendosi negare la validità del recesso quand’anche la clausola sia stata specificatamente sottoscritta. Al di fuori tale ipotesi, infatti, non hanno valore alcuno clausole con le quali l’acquirente dichiara di non rivestire lo status di consumatore ovvero di non utilizzare l’oggetto dell’acquisto per fini di consumo privato (oppure, specularmente, dichiara di agire come professionista o imprenditore ovvero afferma che il bene è destinato ad essere utilizzato nell’ambito della sua attività professionale o imprenditoriale). Infatti, clausole di tal tenore consentirebbero facili aggiramenti della disciplina e finirebbero per essere inserite in ogni standard contrattuale: tali clausole possono ritenersi vessatorie ai sensi e per gli effetti della disciplina di cui all’art. 33 e ss. del Codice. La giurisprudenza di merito, peraltro, le ha ritenute in qualche caso nulle poiché fraudolente (Trib. Milano 27/1/1997, n. 957).