Titolo

Diritto di recesso: esercizio



In base agli artt. 64 e ss. del Codice, il consumatore può recedere dai contratti sottoscritti fuori dai locali commerciali o conclusi a distanza entro dieci giorni lavorativi dalla sottoscrizione ovvero dalla consegna della merce quando l’acquisto sia avvenuto senza la presenza dell’operatore o la merce consegnata non corrisponda a quella visionata. Per i contratti a distanza il termine decorre invece dalla conclusione del contratto per i servizi o dal ricevimento dei beni, oppure da quando sono stati soddisfatti gli obblighi informativi se questo non avviene simultaneamente alla conclusione del contratto. 
Il termine è di sessanta o novanta giorni (decorrenti dalla data di stipulazione del contratto, per i contratti riguardanti la prestazione di servizi, ovvero dalla data di ricevimento della merce, nel caso di contratti riguardanti la fornitura di beni), quando il venditore non ha ottemperato agli obblighi informativi o non lo ha fatto correttamente, o perché non ha consegnato copia del contratto, o perché non vi era l’indicazione di tutti gli elementi utili, sopra ricordati, per esercitare il diritto di recesso. Quest’ultima disposizione crea evidenti problemi di tutela perché al venditore è sufficiente non consegnare il contratto, se non decorsi i sessanta giorni per potere, comunque, tenere valido il contratto e sottrarsi al recesso. In questi casi, oltre a invocare l’annullabilità del contratto se è stato fatto sottoscrivere con dolo e vi sono testimoni, si potrà soltanto applicare la disciplina generale della nullità del contratto (spesso per indeterminatezza dell’oggetto) qualora ne ricorrano i presupposti. 
La comunicazione contenente l’intenzione di voler sciogliere il contratto, senza necessità di motivare tale scelta e, secondo qualche sentenza, valida anche in difetto di sottoscrizione del consumatore, deve essere inviata mediante raccomandata con avviso di ricevimento entro il termine indicato, che si intende rispettato qualora entro lo stesso la lettera sia consegnata all’ufficio postale accettante. Il recesso può anche essere trasmesso a mezzo fax o telegramma purché sia confermato con la raccomandata entro le 48 ore successive. L’avviso di ricevimento non è comunque necessario per la validità del recesso (ma la sua mancanza rende comunque più difficile la dimostrazione dell’avvenuto ricevimento da parte del professionista, che spetta al consumatore dimostrare). 
Occorre precisare, tuttavia, che è stata riconosciuta piena validità al recesso esercitato anche in difetto della formalità, richiesta dal legislatore, della lettera raccomandata. Il Tribunale di Milano ha in passato ritenuto che il legislatore, pur mostrando una predilezione per uno strumento che è in grado di fornire la maggior certezza possibile, non ha inteso prescrivere una formalità precisa ed inderogabile di comunicazione a pena di inefficacia del recesso, ma ha voluto indicare dei contenuti minimi, in termini di certezza ed idoneità della comunicazione, la cui ricorrenza vale a far ritenere valida la disdetta anche ove effettuata in altre forme ugualmente sicure. Pertanto, può essere riconosciuto valido il recesso esercitato mediante forme diverse, purché idonee a manifestare, in modo preciso ed inequivocabile, la volontà del consumatore di voler sciogliere il vincolo contrattuale. Si pensi, infatti, a titolo esemplificativo, alla spedizione al mittente della merce una volta pervenuta al domicilio del consumatore (ma si badi che l’art. 64 del Codice afferma oggi che il recesso si esercita rispendendo la merce soltanto ove questa modalità sia stata espressamente pattuita). 
Se la consegna della merce è già avvenuta, il consumatore deve restituirla o metterla a disposizione, ai sensi dell’art. 67 del Codice, (a proprie spese se previsto dal contratto) al venditore, assicurandosi solamente che la stessa sia integra, entro il termine indicato nel contratto (comunque non inferiore a dieci giorni lavorativi dal ricevimento del bene). Spesso accade che il venditore, in dispregio alla normativa vigente, subordini la validità del recesso alla restituzione della merce nella sua confezione integra e originale. Tale condizione, oltre a essere vessatoria, non trova riscontro nella normativa vigente la quale, ai sensi dell’art. 67 comma 2, del Codice, indica quale unica condizione la sostanziale integrità della merce e un normale stato di conservazione, ovvero anche un uso effettivo del bene purché secondo la normale diligenza.